STORIA

22 gennaio del 1957. Il combattimento a Llanos del Infierno

 

 

 

Dopo il combattimento a La Plata, avvenuto il 17 gennaio del 1957 e nel quale le forze ribelli, integrate da soli trenta uomini inflisse la sua prima sconfitta al nemico, la colonna comandata da Fidel giunse al fiume di Palma Mocha e cominciò la scalata seguendo il suo corso verso le alture. Come narrò Pedro Álvarez Tabío nel libro “Diario della Guerra”, l’intuizione di Fidel gli fece sospettare che l’esercito della tirannia non sarebbe rimasto tranquillo dopo la sconfitta sofferta e sicuramente avrebbe mandato dietro a loro  forze superiori, per cercare di liquidarli.

Ed era precisamente quello che desiderava il Comandante in Capo.  Avrebbe messo in pratica una delle forme di  combattimento caratteristiche della guerriglia: l’imboscata alle forze nemiche in marcia.
Chiaro, prima si doveva trovare un luogo propizio per imboscarsi, e, alla ricerca di quel luogo, si diresse verso le alture di Palma Mocha, una zona intricata e scoscesa, piena di burroni, dove il solo fatto di ascendere verso il monte è una prova per chiunque.  Il 18 gennaio arrivarono a una piccola spianata a forma di ferro di cavallo, circondata da una fitta vegetazione, sul pendio di una montagna, dove l’apertura del ferro di cavallo era la sola entrata e immediatamente il capo ribelle si rese conto che aveva trovato quello che cercava nella zona, e il luogo ha un nome: Llanos del Infierno.

Il giorno dopo il Capo della Rivoluzione distribuì personalmente il personale nelle precise posizioni che aveva deciso di stabilire dopo un accurato esame del terreno e diede gli ordini pertinenti per preparare l’imboscata. I calcoli di Fidel erano esatti. Conoscendo la notizia del combattimento a La Plata, l’alto comando della tirannia aveva inviato, via mare, nella zona, una compagnia di truppe scelte al comando del tenente Ángel Sánchez Mosquera. Erano 45 uomini ben addestrati ed equipaggiati per la missione affidata.  Dietro a quella forza veniva una colonna di trecento uomini, comandati da  Joaquín Casillas Lumpuy, l’assassino di Jesús Menéndez, che dovevano accerchiare la guerriglia.

La mattina del 22, le guardie cominciarono a salire verso l’Infierno. Ma prima assassinarono una delle guide che li aveva condotti sin lì, obbligandola  a farlo con la forza e lasciarono l’altra guida ferita gravemente.  Il rumore degli spari lo avevano udito dalle posizioni guerrigliere.  Con enormi precauzioni le guardie salirono per lo stesso cammino utilizzato giorni prima dalla guerriglia. Davanti avanzava un’avanguardia di sei uomini.   Quasi a mezzogiorno l’avanzata uscì dal bosco e il tenente ordinò alle truppe di fermarsi, mentre gli esploratori controllavano il luogo. Sei guardie apparvero a fianco della prima piccola casa. Immediatamente si sente il primo sparo di Fidel: uno dei tre che camminava tra la malanga cade fulminato. Ah! Mamma mia!  Il grido rimbomba tra le montagne, affogato immediatamente dal fuoco delle armi.
Raúl descrive così quei primi momenti del combattimento :  “Erano più o meno le dodici e dovevamo aspettare che F. (Fidel). sparasse per cominciare l’attacco. Giunsero sei di loro (delle guardie), con molte precauzioni, trascinandosi  sino alla prima casupola, attraversando il campo e senza passare per il sentiero per il quale dovevano camminare vari metri dalla punta del bosco, nel quale c’erano la squadra di Almeida e la mia. Quegli ultimi soldati dentro la casa erano a pochi metri dalla squadra di F. (Fidel). Gli altri due soldati della dittatura caddero abbattuti. Uno di loro  riuscì a rifugiarsi nella casa e il Che lo scoperse vedendogli le gambe, tirò, sbagliò poi mirò accuratamente e sparò di nuovo. La figura cadde al suolo.  Poi il Che si trascinò per i venti metri che lo separavano dalla casa, prese il fucile Garand e la cartucciera del morto e tornò alla sua posizione. Alcuni combattenti erano stati al punto di sparargli, credendolo una delle guardie. L’azione era durata circa 30 minuti, durante i quali altri due soldati della tirannia erano morti in combattimento.

L’obiettivo era stato realizzato. Colpire rapidamente il nemico, distruggere la sua avanguardia, provocare morti e feriti e ottenere armi e munizioni, se possibile. Quella notte la colonna era accampata al bordo di un dirupo, vicino a Camaroncito de La Plata.
Molti combattenti dovettero dormire legati ai tronchi degli alberi, per non correre il rischio di cadere nel vuoto. Il combattimento di  Llanos del Infierno fu una tipica imboscata guerrigliera, brillantemente concepita  ed eseguita da Fidel. Si eseguirono molte modalità della guerra di guerriglia: provocare morti al nemico, senza patire morti tra le proprie truppe. Sostenere scontri nel terreno scelto preparando l’effetto e svincolare rapidamente il contatto con una ritirata organizzata. Il nemico ebbe sei morti, tra i quali cinque di una truppa scelta di paracadutisti e si catturò un’arma e delle munizioni. Per i combattenti guerriglieri il combattimento aveva dimostrato la possibilità di vincere una forte truppa nemica in operativo.  Sarebbero poi venuti giorni difficili,  prodotti dal tradimento della guida Eutimio Guerra.

Ma anche in quella tappa, le vittorie di La Plata e di Llanos del Infierno avrebbero sostenuto il morale della guerriglia, che avrebbe superato tutte le nuove prove.   

 

 

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