Martedì 1 di ottobre sono state annunciate in Ecuador una serie di riforme economiche e dei contratti di lavoro come parte del pacchetto di aggiustamenti strutturali voluti dall’FMI. In particolare, sono due le misure più nefaste: La riforma del lavoro, che rappresenta un retrocesso di almeno 20 anni in termini di diritti e garanzie, ma anche in termini di potere d’acquisto, colpendo soprattutto le fasce più deboli della popolazione: lavoratori che vivono con il salario minimo, piccoli produttori e contadini, precari e lavoratori della classe media bassa; La soppressione della sovvenzione ai carburanti che sta portando all’aumento del 120% il prezzo del diesel, cosa che implica l’aumento di tutti i prodotti di prima necessità – come cibo, trasporti e medicine – riducendo quasi della metà il potere d’acquisto, già diminuito di un 20% dai salari. Insomma la situazione è preoccupante. Da mercoledì 2 di ottobre sono iniziate manifestazioni contro le misure adottate dal governo e da giovedì 3 è iniziato uno sciopero nazionale. La stampa ufficiale sta occultando quello che succede. Fin dall’inizio ha dato poche informazioni e false, affermando che lo sciopero è solo degli autotrasportatori e che i manifestanti vanno solo a saccheggiare (cosa realmente successa a Guayaquil e in altre località ma non erano manifestanti) e che sono estremamente violenti e per questo il presidente Lenin Moreno si è visto obbligato a dichiarare lo stato d’eccezione già dal primo giorno di sciopero. In realtà si tratta di uno sciopero nazionale, il paese è sottosopra, alcune province sono colpite e altre no, per questo nelle zone non colpite sembra che non stia succedendo niente. C’è una violenza terribile da parte di polizia ed esercito che già non stanno sparando solo “perdigones” (tipo munizioni da caccia) ma anche “balas” (proiettili reali) contro manifestanti pacifici. Al momento, il grosso dell’azione è in mano alle comunità indigene organizzate. Alcuni militari indigeni hanno dichiarato che non useranno armi contro i loro fratelli e si sono ritirati, altri stanno entrando nelle zone comunitarie con bombe di gas altamente urticanti (non i soliti lacrimogeni) e sparando, senza importare che vi siano anziani e bambini. Ci sono zone altamente militarizzate, come Cayambe, dove l’ospedale è collassato per il numero feriti da arma da fuoco, anche in condizioni critiche e che non riescono a spostarsi a Quito. Un ragazzino di 16 anni è morto due giorni fa, assassinato dai militari. I militari stanno entrando anche nelle case. Insomma, Cayambe è una zona di guerra in questo momento. Sono entrate le prime comunità indigene a Quito Sud, oggi stanno entrando anche dal Nord. I mezzi di informazione ufficiale hanno cercato di convincere la gente che la protesta fosse finita quando la mafia dirigente della confederazione degli autotrasportatori ha raggiunto un accordo con il governo ed ha interrotto lo sciopero, obbligando molti taxisti a fare altrettanto con la minaccia della revoca della licenza. Alcuni trasportisti di base si sono rifiutati e stanno continuando lo sciopero insieme a studenti, femministe, comunità indigene, precari, ecc. Domenica 6 sono entrati a Quito “tanques blindados” dell’esercito (sottospecie di carri armati) e si stanno posizionando nel centro storico per difendere il palazzo del governo e nelle montagne attorno. Si aspettano grandi scontri per domani. Ufficialmente si nega tutto e si continua a dire che, anzi, la situazione sta tornando alla normalità. Intanto finora sembra ci siano cinque morti confermate (2 Cayambe, 1 Azuay, 2 La Esperanza- Imbabura) e altre due da confermare. Le comunità indigene stanno entrando già da ieri sera e continuano ad arrivare. Ci sono militari sparsi per le montagne, nel cammino, per cercare di bloccarli. Dall’altro lato la popolazione si sta organizzando con cibo, acqua, coperte e medicine in aiuto alle comunità in arrivo. Ci sono vari centri di raccolta tra cui la stessa sede della CONAIE.